Il carcere al tempo del coronavirus

In questi ultimi giorni, la notizia delle scarcerazioni di persone condannate o comunque detenute in attesa di giudizio, anche per gravi reati, ha dato vita ad un acceso dibattito pubblico. Come per altre analoghe vicende accadute in passato, si è immediatamente generata una corrente di pensiero che, ha da un lato criticato ferocemente le varie decisioni di scarcerare delinquenti efferati, in quanto già condannati per gravi reati e per questo da considerarsi colpevoli in perpetuo per il loro passato criminale; al tempo stesso, è stato ribadito che la scarcerazione di queste persone rappresenta una grave offesa ai sentimenti delle vittime e dei loro familiari.

La vera questione di fondo in una situazione effettivamente anomala come questa, è però un’altra, forse più ampia in termini di prospettiva, vale a dire quale siano le reali condizioni dei detenuti nei penitenziari italiani, in questo eccezionale periodo di emergenza legato alla epidemia da COVID-19. Fatte salve le diverse posizioni e situazioni processuali dei vari detenuti in attesa di giudizio e/o condannati che hanno beneficiato di provvedimenti di scarcerazione o di differimento pena ai sensi dell’art. 147 cp, o ancora di altre misure meno afflittive (comunque di natura detentiva), i provvedimenti dei giudici penali sono la diretta conseguenza di accertamenti che hanno cristallizzato stati di salute e patologici estremamente gravi e, come tali, ritenuti incompatibili con il regime detentivo e con il trattamento e le cure che venivano somministrate all’interno dei penitenziari.

Dalle motivazioni dei singoli provvedimenti giurisdizionali sembra trasparire un minimo comune denominatore, che può sintetizzarsi nella sostanziale inadeguatezza del sistema penitenziario nella sua capacità di fornire le necessarie cure e tutele nei riguardi del detenuto malato. Si tratta di un argomento delicato per varie ragioni. Bisogna partire da un punto fermo, che è sancito da importanti Convenzioni internazioni a cui l’Italia ha aderito, dalla CEDU e dalla nostra Costituzione all’art. 27 Cost., ove è prescritto che la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso dell’umanità. Ovviamente, il predetto principio è correlato all’altro brocardo fondamentale, contenuto nell’art. 32 Cost, che sancisce il diritto alla salute per ciascun individuo.

Ciò significa in sostanza che se in prigione non si può essere curati adeguatamente per le patologie di cui si soffre, allora è necessario provvedere altrimenti, mediante l’ausilio dei presidi ospedalieri specializzati pubblici all’esterno, o comunque al di fuori delle mura del carcere. E questa regola vale per tutti, anche per i condannati e/o processati per reati gravi e spregevoli, anche per coloro che sono processati o sono stati condannati per delitti di stampo mafioso e similari. Uno Stato di diritto (o che voglia fregiarsi di una siffatta denominazione) si dimostra tale allorquando amministra la giustizia con equanimità, lucidità e nel rispetto dei principi fondamentali, senza lasciarsi condizionare dalla isteria del momento o dai legittimi, e comprensibili, dissensi delle vittime e dei loro familiari.

Fatte queste precisazioni, si deve tornare al tema accennato in precedenza, quello della difficoltà dimostrata dal circuito penitenziario nel garantire la tutela della salute dei detenuti e degli stessi addetti ai lavori, di fronte alla emergenza pandemica. Basta leggere alcuni resoconti di stampa, dai quali si evincono i numeri preoccupanti dei detenuti e del personale di guardie penitenziarie risultati positivi al COVID – 19. Questo, inevitabilmente, denota che i protocolli di prevenzione, seppure adottati dalla competente Direzione della Amministrazione Penitenziaria, forse non sono stati ovunque tempestivi e non sempre hanno funzionato nella maniera adeguata.
Sul fronte legislativo, il piano di svuotamento delle carceri adottato dal Governo con la decretazione d’urgenza (cfr, artt. 123 e 124, DL 17 marzo 2020, n. 18), che prevedeva la concessione delle misure alternative domiciliari a particolari condizioni e per specifiche categorie di condannati, si è rivelato da solo insufficiente ed inadatto a far fronte alla emergenza. Al riguardo, deve registrarsi il grande impegno dimostrato dalla Magistratura di Sorveglianza, che si è prodigata nel concedere anche d’ufficio, e in tempi brevi, licenze e misure alternative ai condannati ed ai semiliberi.

Tornando alla questione delle scarcerazioni “eccellenti” – che hanno provocato accese reazioni da parte della opinione pubblica – è evidente che questa situazione è la diretta conseguenza della già evidenziata difficoltà e delle carenze nella gestione della pandemia, da parte della politica, del Ministero della Giustizia (nella specie del Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria) ed anche dello stesso sistema sanitario nazionale.

In questi giorni dagli organi di stampa è trapelata la notizia di talune soluzioni legislative urgenti proposte dal Ministro della Giustizia, quale la previsione di un previo parere che l’organo giudicante dovrebbe necessariamente richiedere alla competente DDA prima di decidere sulla istanza di parte. Si tratta, invero, di una soluzione alquanto bizzarra ed inutile – e, secondo taluni, anche velatamente intimidatoria – per il magistrato che dovrà decidere. Peraltro, per tutte le procedure e le istanze di differimento pena e di misure alternative è già prevista ex lege la partecipazione in contraddittorio dell’organo requirente anche per il tramite di un parere; ed ancora, allorquando sono richieste dal organo giurisdizionale di sorveglianza le informazioni sulla pericolosità del condannato per delitti di criminalità organizzata, le stesse sono normalmente inoltrate proprio alla Procura DDA competente. Per queste ragioni, non si comprende né l’utilità, tanto meno la novità di questa proposta ministeriale.

E’ doveroso rimarcare che questa riflessione sulle carenze istituzionali deve tener conto della complessità del momento, della gravità in sé di una emergenza sanitaria che rappresenta un unicum storico per il mondo occidentale.
Ma se si leggono con attenzione le motivazioni dei vari provvedimenti con i quali, a seconda dei casi, i condannati o i detenuti venivano collocati fuori dal carcere o in detenzione domiciliare, rilevano il grande affanno e le difficoltà mostrate dalle competenti istituzioni nell’assicurare l’adeguato trattamento sanitario in tutti quei casi di gravi patologie ed infermità fisiche acclarate. Talvolta, tra le righe di alcuni provvedimenti sembra quasi di percepire che i giudici – per salvaguardare il diritto alla salute degli istanti – siano stati quasi costretti a scarcerarli, a fronte delle mancate risposte della amministrazione o della effettiva incompatibilità sancita dalle perizie e dalle consulenze medico-legali. Ciò detto, i provvedimenti che hanno consentito l’uscita dal carcere di “detenuti eccellenti” sono caratterizzati da un elevato grado di prudenza e di attenzione anche all’aspetto della pericolosità sociale degli stessi interessati, giacchè le varie ordinanze sono connotate da prescrizioni stringenti ed alquanto rigide, che in taluni casi stabiliscono anche una durata breve e determinata della stessa misura alternativa domiciliare (cfr., Tribunale di Sorveglianza di Sassari 23 aprile 2020, Zagaria); e, ancora, la possibilità di un monitoraggio continuo ed un pronto ricollocamento presso strutture ospedaliere specializzate non appena ve ne sia la disponibilità.

Avv. Guido Picciotto